La Bulgaria ha sollevato il tema dell’abolizione dell’obbligo di visto per i cittadini bulgari nei colloqui con Washington riguardanti il prolungamento della presenza di aerei militari statunitensi presso il principale aeroporto civile del Paese, mentre continuano le discussioni sull’entità e la durata della presenza americana e sulla storica aspirazione di Sofia di entrare nel Visa Waiver Program degli Stati Uniti.

Il nuovo primo ministro bulgaro Rumen Radev ha incontrato ieri il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il segretario alla Guerra Pete Hegseth per discutere dello stazionamento degli aerei militari americani attualmente dispiegati presso l’aeroporto Vassil Levski di Sofia. In base all’accordo attuale, gli aeromobili dovrebbero rimanere nell’aeroporto fino alla fine di maggio.

“Gli Stati Uniti sono il nostro partner strategico e alleato. Gli aerei sono lì con l’autorizzazione del Consiglio dei ministri, concessa dal governo del primo ministro Rossen Zhelyazkov fino alla fine di questo mese. Mi aspetto che la parte americana chieda una proroga della loro permanenza all’aeroporto di Sofia”, ha dichiarato Radev, aggiungendo di aver collegato a questo dossier anche la questione dell’eliminazione dei visti per i cittadini bulgari.

Il comunicato diffuso dal governo bulgaro non ha chiarito quale sia stata la risposta precisa di Trump e Hegseth. Radev ha tuttavia affermato di aspettarsi che il tema dell’esenzione dai visti venga “considerato con urgenza”.

Attualmente diversi aerei militari statunitensi sono presenti all’aeroporto di Sofia, tra cui aerocisterne per il rifornimento in volo, tre velivoli da trasporto – C-17 e C-130 – e diversi Boeing 747 utilizzati per il trasporto delle truppe.

In un primo momento, l’ambasciata statunitense a Sofia aveva dichiarato che gli aerei dispiegati presso l’aeroporto civile non erano destinati a operazioni militari in corso o pianificate. Successivamente, però, è emerso che tale affermazione non era accurata. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha poi ringraziato la Bulgaria per il sostegno fornito agli Stati Uniti durante il conflitto con l’Iran.

Il ministero della Difesa bulgaro ha precisato che gli aerei dispiegati erano velivoli da trasporto privi di capacità offensive e che il loro impiego era stato autorizzato in seguito a una richiesta avanzata dall’ambasciata statunitense a Sofia.

L’autorizzazione al transito sul territorio bulgaro e al dispiegamento temporaneo copre il periodo compreso tra il 17 febbraio e il 31 maggio di quest’anno. Secondo il ministero della Difesa, il permesso consente la presenza fino a quindici aerei e a cinquecento membri del personale di supporto.

Di fronte alle crescenti tensioni pubbliche sulla presenza degli aerei, il precedente governo tecnico bulgaro aveva dichiarato di voler valutare la possibilità di trasferire gli aeromobili verso altre basi militari del Paese. L’ipotesi non si è però mai concretizzata, poiché soltanto l’aeroporto di Sofia era in grado di fornire le quantità necessarie di carburante per l’aviazione.

Successivamente, l’Iran ha inviato una nota diplomatica ufficiale alla Bulgaria, mettendo in guardia Sofia sulla presenza degli aerei americani nell’aeroporto. Teheran ha descritto il loro dispiegamento come parte delle operazioni statunitensi in Medio Oriente e ha dichiarato di riservarsi il diritto di adottare misure per proteggere i propri interessi nazionali.

Le autorità bulgare hanno quindi convocato l’ambasciatore iraniano per chiarire la situazione.

“Il nostro impegno riguarda esclusivamente il territorio bulgaro. Gli aerei che partono da qui possono rientrare negli Stati Uniti oppure raggiungere basi americane altrove. In Bulgaria non sono collegati a operazioni di combattimento. Per noi è molto importante mantenere intatte le relazioni diplomatiche con l’Iran e continuare un dialogo costante con loro”, aveva dichiarato all’epoca l’allora ministra degli Esteri ad interim Nadezhda Neynsky.

Solo pochi giorni fa, Marco Rubio aveva indicato la Bulgaria tra i Paesi della NATO che si erano dimostrati particolarmente disponibili nei confronti di Washington durante il conflitto con l’Iran. Intervenendo a Fox News, Rubio aveva sottolineato che alcuni Stati membri dell’Alleanza erano stati “molto utili” agli Stati Uniti.

“Solo per fare un esempio, il Portogallo. Hanno detto di sì prima ancora che spiegassimo quale fosse la domanda. Anche la Polonia. Ci sono poi Paesi come Romania e Bulgaria. Altri invece, come la Spagna, sono stati terribili, assolutamente scioccanti”, ha dichiarato Rubio.

In base all’accordo di cooperazione in materia di difesa firmato nel 2006 tra Bulgaria e Stati Uniti, l’esercito americano ha accesso a diverse strutture militari congiunte nel Paese, tra cui il poligono di addestramento di Novo Selo, la base aerea di Graf Ignatievo, la base aerea di Bezmer e il centro logistico di Aytos.

Queste strutture rimangono sotto sovranità bulgara e vengono utilizzate congiuntamente dalle forze bulgare e statunitensi per attività di addestramento, logistica e operazioni NATO sul fianco orientale dell’Alleanza. Washington non mantiene basi militari permanenti in Bulgaria nel senso tradizionale del termine, ma l’accordo consente il dispiegamento a rotazione di personale ed equipaggiamenti americani nell’ambito delle più ampie strategie di sicurezza NATO nella regione del Mar Nero.

Nonostante i ripetuti sforzi politici di Sofia, la Bulgaria continua a non soddisfare i criteri tecnici necessari per entrare nel Visa Waiver Program degli Stati Uniti. In base alla legislazione americana, i Paesi partecipanti devono mantenere un tasso di rifiuto dei visti non immigrati inferiore al 3%, oltre a rispettare rigorosi standard in materia di sicurezza delle frontiere, condivisione delle informazioni e cooperazione antiterrorismo. Il tasso di rifiuto della Bulgaria è rimasto costantemente tra l’8 e il 9%, ben al di sopra della soglia fissata dal Dipartimento di Stato americano.

Nel 2026, gli unici Paesi dell’Unione europea i cui cittadini non partecipano ancora al Visa Waiver Program sono Bulgaria, Romania e Cipro. Tutti gli altri ventiquattro Stati membri dell’Unione fanno invece parte del programma, che consente ai loro cittadini di viaggiare negli Stati Uniti per turismo o affari fino a novanta giorni senza visto, tramite autorizzazione ESTA.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

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